e altre cose sulla musica
Non so spiegare facilmente cosa mi piace nella musica. So riconoscerlo quando arriva, ma spiegarlo a parole è un'altra cosa. Ci ho provato tante volte e non sono mai stato contento del risultato. Questo è il tentativo migliore che sono riuscito a fare.
Mi piace la musica che ti fa sentire qualcosa senza dirtelo. Senza una voce che ti spieghi cosa stai provando. L'emozione passa attraverso l'armonia, il ritmo, lo spazio tra le note, e ti arriva addosso prima che tu la capisca con la testa. Più avanti faccio degli esempi precisi di come funziona questa cosa, con passaggi e minuti esatti.
Mi piace quando ogni nota è necessaria e quando lo spazio tra una frase e l'altra non è vuoto ma è parte della musica. Diamond Dust di Jeff Beck, Forse le lucciole non si amano più della Locanda delle Fate, Knopfler, Gilmour. Ne parlo dopo e cerco di spiegare cosa intendo concretamente.
Mi piace la musica che sembra contenere un mondo intero, dove non manca niente e non avanza niente. Toledo di Pino Daniele, Blow by Blow di Jeff Beck, After Bach II di Brad Mehldau. Ci sono album che hanno quella qualità e che provo a raccontare più avanti.
Mi piace la musica senza voce, o che comunque non dipende dalle parole. Perché rimane aperta, come un quadro: ognuno ci porta quello che ha. Non ha bisogno di traduttori. Se ci metti una voce sopra, in qualsiasi lingua, la stai limitando.
Non mi interessa il genere. Lo stesso meccanismo che mi colpisce nel jazz lo riconosco nel prog, nel rock, nel pop, e una volta anche nel reggaeton. Dipende da quello che succede dentro le note, non dal contenitore.
Non mi piace la musica che si spiega da sola, che ti accompagna per mano verso un'emozione già confezionata, che ha deciso tutto per me prima che io iniziassi ad ascoltare.
La cosa che amo di più in assoluto nella musica è il Köln Concert di Keith Jarrett. Per me è lo stato dell'arte, non di un genere, della musica in generale. Su questo non ho dubbi, non ho se, non ho ma. Ed è la prima cosa di cui parlo.
Keith Jarrett, Colonia, gennaio 1975. Piano solo, improvvisato, davanti a un pubblico. Poco più di un'ora di musica che non esisteva prima di quella sera e non esisterà mai più nello stesso modo.
Jarrett non sta eseguendo niente. Sta pensando in tempo reale e tu lo senti pensare. Ogni nota sembra necessaria, non c'è niente di decorativo, niente messo lì per riempire o per impressionare. C'è una logica interna che si costruisce davanti a te, che non sai dove sta andando, ma che quando arriva da qualche parte sembra che non potesse andare altrove.
Ci sono fasi di tensione e fasi di risoluzione, momenti di quiete e momenti in cui tutto accelera, costruzioni che crescono e poi si risolvono in variazioni che non avevi immaginato. Se ci pensi, queste potrebbero essere emozioni qualsiasi: gioia, malinconia, inquietudine, sollievo. Ma Jarrett non ti dice quale. Non c'è un titolo sui movimenti, non c'è un testo, non c'è una storia dichiarata. Sei tu che ci metti qualcosa, e quello che ci metti dipende da chi sei e da cosa ti porti dietro in quel momento. È come stare davanti a un quadro: non ha bisogno di qualcuno che ti dica cosa rappresenta, e se qualcuno te lo dicesse ti starebbe togliendo qualcosa, non aggiungendo.
Se il Köln Concert avesse una voce sopra, in una lingua qualsiasi, sarebbe una limitazione enorme. Vincoleresti a delle parole un'esperienza che senza parole è universale. Chiunque nel mondo può ascoltarlo e sentirci dentro quello che vuole, senza bisogno di traduttori, senza bisogno di interpreti. Puoi ascoltarlo a vent'anni e a cinquanta e sentire cose completamente diverse, e avere ragione entrambe le volte.
Questo per me è lo stato dell'arte della musica, e forse è anche il motivo per cui mi colpisce così tanto la musica strumentale in generale. Lo strumento trasporta un sentimento, uno stato d'animo, un argomento, senza doverlo dichiarare. Te lo fa arrivare addosso e poi sta a te decidere cos'è. La voce può essere bellissima, ma per definizione chiude l'interpretazione. Lo strumento la lascia aperta.
Tutto quello che amo nella musica ha qualcosa di questo. Il Köln Concert ce l'ha tutto, ed è il punto da cui parto per spiegare il resto.
Quello che Jarrett fa per poco più di un'ora, altri lo fanno in pochi secondi. E il meccanismo è lo stesso: lo strumento trasporta un cambiamento emotivo senza dichiararlo, e tu lo senti prima di capirlo. Non è che la musica ti suggerisce un'emozione, è che te la fa proprio vivere attraverso il suono. Un accordo che cambia direzione può farti sentire sollievo, o perdita, o qualcosa che non ha neanche un nome preciso, e lo fa senza che nessuno abbia dovuto spiegarti niente.
Bill Evans lo fa a 2:03 di Waltz for Debby Take 2. Il trio stava andando avanti, e a un certo punto il pianoforte fa una cosa armonica che sospende tutto. Il tempo si dilata per qualche secondo, poi risolve, e sembra inevitabile, come se non potesse finire in nessun altro modo. Eppure non lo avevi previsto. E la cosa bella è che non è solo il piano: LaFaro al basso non sta tenendo il ritmo, sta dialogando, Motian alla batteria non sta scandendo il tempo, sta respirando insieme agli altri. Sono tre musicisti che si ascoltano in tempo reale e reagiscono l'uno all'altro, e il risultato è un organismo unico che ti porta in un posto emotivo senza che nessuno dei tre ti abbia detto dove stai andando.
Six Degrees of Inner Turbulence dei Dream Theater è un'opera di quarantadue minuti divisa in otto movimenti, ognuno dedicato a una persona diversa con un disturbo mentale diverso: disturbo bipolare, stress post-traumatico, schizofrenia, depressione post-partum, autismo, disturbo dissociativo dell'identità. Goodnight Kiss racconta una madre con depressione post-partum, separata dalla figlia. Solitary Shell racconta un ragazzo autistico chiuso nel suo mondo. Due storie diverse, due persone diverse, due dolori che non si assomigliano. Eppure nel passaggio tra i due movimenti, l'armonia cambia colore. La musica si sposta, e tu lo senti prima di capirlo. È un cambio di mondo, non un miglioramento. E la cosa importante è che non te lo dice nessuno: non c'è un narratore, non c'è una didascalia. È lo stile musicale stesso che cambia e ti fa capire che sei passato da un'esperienza a un'altra. Questo è quello che intendo quando dico che la musica può trasportare un sentimento senza doverlo dichiarare.
Universal Mind di Liquid Tension Experiment dal minuto 4:20 in poi funziona in modo diverso ma il principio è lo stesso. Petrucci, Portnoy, Levin, Rudess, da quel punto smettono di eseguire una composizione e cominciano una conversazione. La tecnica scompare dietro l'istinto e l'emozione non viene dichiarata, emerge. Quattro musicisti che si inseguono e si trovano in tempo reale, come Evans, LaFaro e Motian ma con un linguaggio completamente diverso. Il risultato è lo stesso: ti arriva qualcosa che non era scritto da nessuna parte.
Harmony of Difference di Kamasi Washington funziona con un'idea geniale. Sono sei brani: i primi cinque sono ognuno una composizione diversa, con il suo stile e il suo tema melodico. Il sesto, Truth, li fonde tutti insieme in un'unica esecuzione simultanea. Washington la chiama un'esplorazione del contrappunto, l'arte di bilanciare somiglianza e differenza per creare armonia tra melodie separate. In pratica: cinque verità parziali che diventano una sola. E quel momento a 5:05 di Truth è il punto in cui lo senti succedere. I temi che hai ascoltato separatamente cominciano a convergere, e il sax entra con qualcosa che sembra ricapitolare tutto quello che è venuto prima, ma in un modo che non avevi previsto. È la verità di tutti gli stili esposti, e ti arriva addosso senza che nessuno te la dichiari. Come in Evans, come nel passaggio tra Goodnight Kiss e Solitary Shell: non ti dice che qualcosa si è risolto, te lo fa sentire.
C'è un'altra cosa che mi colpisce nella musica e che è difficile da spiegare: lo spazio. Non il silenzio in senso tecnico, ma il respiro tra le note, la pausa che non è vuota ma è carica di quello che è appena successo e di quello che sta per succedere. Quando un musicista lascia quello spazio, sta facendo una scelta: sta decidendo che quello che non suona è importante quanto quello che suona. E quando lo fa bene, tu senti quello spazio come parte della musica, non come un'assenza.
Diamond Dust di Jeff Beck è un esempio perfetto di questa cosa. Sono costruzioni lente, armonie che si aprono e si chiudono, e la chitarra dice tutto con un'economia assoluta di mezzi. Beck lascia respirare ogni frase, e quello che non suona conta quanto quello che suona. Cause We've Ended as Lovers, dallo stesso album, funziona allo stesso modo: la chitarra sospira, si prende il suo tempo, e in quel tempo c'è tutto.
Forse le lucciole non si amano più della Locanda delle Fate è un altro album che per me ha quel peso lì. È prog italiano del 1977, l'unico vero album della Locanda delle Fate, e ha qualcosa di magico che non so spiegare completamente. Sogno d'Estunno è il brano dove questo si sente di più: il flauto che entra a un certo punto non è un ornamento, non è un riempitivo, è lì perché deve esserci, e quando entra sposta il peso del brano intero. Non decora, completa. Ma tutto l'album ha quella stessa qualità di musica che respira e che lascia spazio, dove ogni strumento è al suo posto e niente è messo lì per caso. È un disco che in Italia conoscono in pochi e che meriterebbe un'altra storia.
Mark Knopfler è un altro che fa esattamente questo. Ha un modo di suonare la chitarra che non ha un nome preciso, ma si sente subito: c'è un respiro tra le frasi, uno spazio che è parte di quello che sta dicendo. Toglilo e rimane solo la tecnica, con quello spazio rimane qualcosa che ti colpisce senza che tu capisca bene perché. I Dire Straits non hanno mai scritto un singolo brano che considero un capolavoro assoluto, ma ci sono vicini tante volte, e il motivo è sempre lo stesso: Knopfler lascia respirare le cose.
Gilmour fa la stessa cosa in Marooned. Nessuna voce, nessun testo, la chitarra respira e quello spazio tra una frase e l'altra non è pausa, è musica. Ogni nota è necessaria, togline una e qualcosa si rompe. Aggiungine una e diventa meno. È uno di quei casi in cui uno strumento solista racconta qualcosa di completo senza aver bisogno di nient'altro, e lo fa proprio perché lascia respirare quello che suona.
Ci sono brani che sembrano contenere un mondo intero, dove ogni elemento è al suo posto e non avanza niente. Non è una questione di durata o di complessità, è una sensazione precisa: ascolti un brano e senti che è una cosa finita, chiusa, che non ha bisogno di niente aggiunto e non sopporterebbe niente tolto. Ogni nota è dove deve essere. Ogni strumento fa quello che deve fare. Non c'è niente di decorativo.
Toledo di Pino Daniele è esattamente questo. La malinconia non viene dal testo, viene dalla musica stessa, dal modo in cui gli accordi si muovono. C'è qualcosa in Pino Daniele che riesce a mettere un peso emotivo enorme dentro strutture musicali che sembrano semplici, e non te lo spiega, lo fa e basta. Rubalcaba l'ha rielaborata e ne ha fatto una cosa diversa e interessante a modo suo, ma l'originale è l'originale, è lì che sta tutto. Alleria ha la stessa qualità: un peso emotivo enorme che non viene dalle parole ma dalla musica.
Blow by Blow di Jeff Beck è un album intero che ha questa qualità. È quasi interamente strumentale, e la chitarra di Beck fa tutto: racconta, costruisce, risolve. Non è un disco fatto di spazi e silenzi, anzi, buona parte dei brani è energia pura, groove funky, interplay serrato tra chitarra e tastiere. Ma Beck non mette mai una nota di troppo. Ogni brano ha esattamente quello che deve avere, la chitarra è sempre al centro senza mai essere invadente, e l'album si ascolta dall'inizio alla fine senza volere che finisca. Non è un caso che Pino Daniele considerasse Blow by Blow uno degli album decisivi per la sua formazione come chitarrista. Due mondi diversi, ma lo stesso modo di intendere lo strumento: la chitarra che trasporta qualcosa senza bisogno di parole.
After Bach II di Brad Mehldau è nella mia top tre degli album preferiti, e il motivo è proprio questo: completezza. L'idea è semplice: Mehldau suona pezzi di Bach dal Clavicembalo ben temperato e dalle Partite, e tra uno e l'altro inserisce composizioni e improvvisazioni sue ispirate a quello che ha appena suonato. Non sta imitando Bach e non sta facendo jazz sopra Bach. Sta dialogando con lui, e nel dialogo viene fuori la sua personalità tanto quanto quella di Bach. Lo stesso Mehldau dice che più cerchi di confrontarti con Bach, più la tua personalità diventa visibile, inevitabilmente. Da Intermezzo in poi l'album entra in un'altra dimensione. Arrivano le Variazioni sul tema delle Goldberg, improvvisate, e lì Mehldau prende la struttura armonica di Bach e ci costruisce sopra qualcosa di completamente suo: variazioni in 5/8, in 7/4, una in stile jazz, una breakbeat. Eppure il filo con Bach non si spezza mai, ogni nota è al suo posto, non c'è un secondo di troppo. Ma la cosa che mi colpisce di più è un'altra. La Variazione V, quella jazz, è la mia preferita. Nei primi secondi sento un turbamento in chi sta suonando, sento il suono che cambia, l'andamento che si sposta, sento che sta succedendo qualcosa a Mehldau in quel momento e lo sento anch'io. Non me lo sta dicendo, non c'è scritto da nessuna parte, ma lo sento. Un musicista che pensa in tempo reale e tu lo senti pensare, come Jarrett al Köln Concert, come Evans a 2:03. Solo che qui succede dentro un'architettura costruita su Bach, e questo lo rende ancora più incredibile. La libertà del Köln Concert è totale, qui è libertà dentro una struttura. E funziona allo stesso modo.
Hiromi in Kaleidoscope è la stessa cosa con altri mezzi: tecnica pazzesca che però non si vede mai come esercizio, tutto al suo posto, niente di troppo. Quando la musica funziona così, non importa quanto è complessa. Importa che sia necessaria.
Niente di quello che ho scritto finora ha a che fare con il genere. E questa è forse la cosa più importante di tutte: il meccanismo che mi colpisce nella musica funziona indipendentemente dal contenitore. Non è una questione di jazz o prog o classico, è una questione di cosa succede dentro le note. Un'armonia che cambia direzione in modo inaspettato mi colpisce allo stesso modo in un trio jazz, in un'opera prog di quarantadue minuti, in un pezzo di chitarra strumentale, o in un album pop.
Random Access Memories dei Daft Punk è uno dei miei album preferiti, per la qualità sonora e per come è costruito ogni singolo pezzo. Tutto l'album racconta la storia di due robot che cercano di capire cosa significa essere umani, e per la prima volta i Daft Punk usano musicisti veri al posto dei campionamenti, come se i robot stessero campionando gli umani invece dei suoni. Within è il momento in cui questa cosa si sente di più. La voce è artificiale, l'accompagnamento è semplice, un basso malinconico e un pianoforte, e proprio quella semplicità fa risaltare quello che c'è dentro: un'intelligenza quasi cosciente che sente qualcosa ma a cui manca qualcosa di fondamentale per essere davvero umana. Lo sento nella composizione, nello stile, nella voce e nella costruzione. Sento l'emozione di quella storia raccontata senza che nessuno me la spieghi. Non c'è un narratore che dice "questo robot è triste", è la musica stessa che lo fa sentire. Ed è forse l'esempio più perfetto di quello che cerco: sentire qualcosa attraverso il suono, senza bisogno di spiegazioni.
Love of My Life dei Queen ha un passaggio dall'1:49 al 2:50 che non so spiegare bene, ma che mi fa mettere il pezzo a ripetizione. Mercury e May fanno qualcosa insieme che non è il momento più famoso della canzone, ma è quello che mi tiene agganciato. In the Air Tonight di Phil Collins è un altro di quei pezzi: lo metto a ripetizione e non mi stanco. C'è qualcosa nella costruzione, nella tensione che cresce e non si risolve come ti aspetti, che il cervello riconosce e vuole risentire. Non è prog, non è jazz, non è niente di quello che ascolto normalmente. Ma il meccanismo è lo stesso.
E poi c'è Baile Inolvidable di Bad Bunny. Reggaeton, genere che non frequento e che normalmente mi scivola addosso. Eppure c'è una progressione armonica nella strofa anomala per quel contesto, quasi malinconica, con una tensione che non si risolve mai del tutto. Non è lontanamente paragonabile a quello che mi danno Evans o Jarrett o Pino Daniele, non è quella roba lì. Però è la dimostrazione che anche dove non te lo aspetti il cervello riconosce qualcosa. Il mio cervello l'ha riconosciuta come diversa prima che me ne accorgessi consciamente, e questo per me conferma che quello che cerco nella musica non dipende dal genere. Un'armonia che funziona, funziona ovunque, non chiede il permesso al genere.
La musica che mi piace ti chiede di stare attento. Non ti regala niente. E quando le dai attenzione, ti dà qualcosa che non sapevi di cercare.
Il titolo di questo testo è un modo di dire, ovviamente. Non sarei pronto a rinunciare a nessun senso. Però se ci penso, tra tutte le arti la musica è per me la più completa e la più importante. È quella che mi fa provare cose che le altre non riescono a farmi provare, quella che mi fa sentire emozioni che non hanno un nome e che non saprei descrivere in nessun altro modo. Non è un sottofondo, non è un accompagnamento. È un'esperienza intera, e quando funziona davvero non c'è nient'altro che le si avvicini.